Corriere Romagna’s article on Ultrafuture Album

I was featured this morning on the Italian Newspaper Corriere Romagna on the Culture and Shows section. It’s a really great interview they did on my last album Ultrafuture.

Scroll to read the full article.

dead tribe on corriere romagna with his new album ultrafuture

 

 

“Ultrafuture” La modernità degli anni 80 è tornata

Nuovo disco per Marco Garavini che presenterà in tour a Londra dove vive e lavora da tempo.

In collaborazione con la rivista londinese Public Pressure e l’etichetta discografica britannica Tapeheadz, il producer forlivese Dead Tribe, al secolo Marco Garavini, di origine forlivese ma residente a Londra, regala al pubblico il nuovo disco dal titolo molto originale, Ultrafuture, nel quale l’ascoltatore viene catapultato in un futuro alternativo, dove gli anni 80 continuano ad essere i protagonisti, mantenendo lo stesso spirito e sonorità. A poco meno di un anno di distanza dal suo primo album Blood, violence and other cute things, Marco Garavini con il suo disco ha riscontrato molto successo per un suono diverso dal solito e completamente nuovo. Il tour di presentazione del disco comprenderà almeno 10 show in altrettanti locali notturni di Londra, dove la musica elettronica alternativa viene seguita con interesse anche da talent scout e da addetti ai lavori.

“Ultrafuture” è il suo secondo album, ci racconta come è nato?

È nato dalla mia passione per le sonorità anni 80 in combinazione con l’amore enorme che ho per le colonne sonore. Volevo portare le persone ad ascoltare qualcosa di nuovo ma con un chiaro timbro retrò. Quando la gente negli anni ’80 si immaginava il futuro lo faceva guardando ai giorni nostri immaginandoci su macchine volanti e tecnologia avanzatissima. Ultrafuture è quel futuro che sognavamo in quegli anni e che non si è mai realizzato

Contiene 10 tracce dalle sonorità Futuresynth, di cosa si tratta?

È un tipo di musica fortemente ispirato agli anni ’80. È una rivisitazione della musica di quel periodo in chiave moderna, prende i suoni di quel periodo, li usa nello stesso modo ma utilizzando le tecniche stilistiche del presente. Si crea così un suono alternativo a quello di oggi, un po’ come se fossimo in un’altra linea temporale parallela dove gli anni ’80 non sono mai finiti.

Emerge un chiaro riferimento agli anni ’80. Perchè questa nostalgia? Cosa c’è di indelebile in quel periodo?

C’era la freschezza di una generazione che ancora poteva guardare al futuro con speranza. Molti vedono in questo genere di musica qualcosa di nostalgico, io ci vedo qualcosa di diverso, forse anche un ripudio verso una generazione che passa più tempo con lo sguardo incollato al telefono piuttosto che per aria a guardare le nuvole. Quando si registrava una cassetta con le canzoni migliori alla radio ci si dedicava del tempo e dell’amore. Oggi si fa tutto con lo smartphone e molta gente è piena di hard disk con migliaia di foto che non guarderanno mai più. Vedo gli anni ’80 come un periodo che ha profondamente cambiato le nostre vite con le tecnologie.

Lei è un producer forlivese chiamato Dead Tribe, nome d’arte di Marco Garavini. Perchè questo nome?

Sono sempre stato affascinato dalle tribù e dai loro canti, in molte parti delle mie produzioni utilizzo campioni provenienti da persone che cantano canzoni tradizionali dei propri avi. Nella mia musica c’è una fortissima influenza tribale e in molte parti anche orientale e araba. La mia passione per la musica è nata grazie a mio padre che fin da piccolo mi faceva ascoltare i suoi vinili e mi incantavo a vederlo mixare quelle canzoni con i giradischi. Suonava tantissime cose, dalla musica africana alla musica elettronica a quella metal. È stato molto semplice per me decidere di iniziare a suonare da piccolo, anzi è avvenuto in maniera davvero naturale. La musica è uno dei modi principali di essere e sentirsi liberi, sia per chi la fa, sia per chi la ascolta o guarda o legge. Io vedo la musica come un mio modo di separarmi da un luogo e da un tempo.

Da romagnolo che vive a Londra, che cosa ha portato con sé della sua terra d’origine e cosa invece ha lasciato a casa?

Dalla mia terra ho portato sicuramente tante cose, più che altro legate al modo di essere; l’unica cosa che ho a malincuore lasciato a casa è la mia famiglia che vedo poco ma che sento molto. Mio fratello ha subito il mio stesso destino, ma ha scelto il caldo delle Canarie per trasferirsi con sua moglie. Diciamo che per necessità, come una grandissima fetta della popolazione abbiamo dovuto decidere di muoverci per poter avere l’occasione di fare qualcosa perchè, mi dispiace dirlo, restare in italia per un ragazzo/a con voglia di fare e di creare è difficile, frustrante e poco remunerativo.

Il suo primo disco è stato “Blood, violence and other cute things”, dove ha affrontato per la prima volta il concetto di “viaggio attraverso la musica”. Il viaggio per lei cosa rappresenta?

Il viaggio è tutto; da quando nasciamo a quando moriamo siamo in viaggio, in macchina o anche solo con la mente. La gente vede il viaggio solo come uno spostamento fisico mentre in realtà fa crescere e ti fa emozionare. La nostra intera esistenza è un viaggio.

Dal suo nuovo album emerge moltissimo la musica elettronica. Cos’ha in più questo genere musicale che gli altri non hanno?

Non ha niente i più e niente di meno di tutti gli altri generi musicali, io ascolto tantissima musica e non solo elettronica (e queste influenze si sentono tantissimo nelle mie produzioni), dipende da come mi sveglio. Ho scelto l’elettronica perchè a differenza di molti altri generi in cui bisogna a tutti i costi avere una band, io posso mettere il 100% di personalità in quello che faccio suonando totalmente da solo.

Cosa spera che arrivi del nuovo album?

Spero che questo disco piaccia a più persone possibili; sto vedendo un interesse crescente nel mio tipo di sonorità. Mi piacerebbe il prossimo anno pubblicare un disco per un’etichetta importante o ancora meglio essere chiamato a produrre qualche colonna sonora per film o video giochi che sono in produzione. Non ne ho idea di cosa accadrà, ma alla fine è il bello del viaggio.

 

Articolo di Giulia Farneti

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